Con un atto di accusa verso la politica europea degli ultimi anni, acriticamente favorevole alle ragioni dei palestinesi, con il suo lavoro Giulio Meotti intende denunciare la cattiva coscienza dell’Occidente che ha rimosso il destino e il nome di migliaia di israeliani assassinati negli ultimi decenni di campagne terroristiche, e al contempo raccontare la tragedia del Medio Oriente da una prospettiva insolita ma significativa, in cui convivono la storia e la cronaca, la dimensione pubblica della testimonianza e quella privata del ricordo e del dolore.
Non smetteremo di danzare, è un libro scritto per raccontare i martiri di Israele, per non dimenticare i loro nomi.
Sono storie che parlano di coraggio, di disperazione ma anche della voglia di continuare a vivere.
Nei quattro anni occorsi per scriverlo, Meotti ha incontrato e parlato con moltissime persone, per dar loro voce, non certo per fare una cinica conta dei caduti, ma per arricchire la riflessione e riproporre punti di vista spesso trascurati dall’opinione corrente.
In Israele una famiglia su trecento è stata toccata dagli attentati, e per ogni attentato eseguito ne vengono sventati nove.
Ci sono cerimonie funebri praticamente ogni giorno in Israele per le vittime del terrorismo islamico.
Persone uccise per il solo fatto di essere ebree: in banca, in pizzeria, per strada, sul pullman, in un centro commerciale.
Questo libro racconta le storie di questi «martiri», intrecciate spesso a quelle dei sopravvissuti della Shoah.
C’è infatti un filo continuo che corre lungo i racconti del libro e che collega le vittime dell’Olocausto di ieri con quelle degli attentati kamikaze di oggi.
Una sopravvissuta all’Olocausto, che deve identificare i suoi parenti vittime di un atroce attentato, si chiede appunto:
«è davvero finito l’Olocausto?».
Uomini, donne e bambini, condannati dalla furia del fondamentalismo, «rivivono» nelle parole di figli, genitori, amici, parenti. Vittime di un odio di cui non sempre siamo correttamente informati in Europa.
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