Petr Halmay (Praga, 1958) pubblica solo nel 1991, in patria. Come per altri autori era imposto il silenzio; non sono solo i muri concreti ad impedire di “vedere e sentire” chi crea e vive dall’altra parte… Creare è una parola che in Halmay assume significati concreti e fisici. Egli ha svolto varie professioni, soprattutto manuali – è stato, tra l’altro, camionista, magazziniere, uomo delle pulizie, insegnante, macchinista e fontaniere. Dal 1998 lavora al Teatro nazionale di Praga come attrezzista-falegname.
Non si poteva ‘battezzare’ la collana ‘la selce e il loto’ con un autore migliore (vedi nota esplicativa nel sito).
Grazie alla passione e alla competenza di Antonio Parente abbiamo ora la possibilità di leggere e apprezzare il poeta.
Scrive Pavel Hruška che talvolta «… i bilanci e i ricordi del soggetto lirico siano situati quasi ‘ai margini del mondo’ (nel deposito scenografico del teatro, sulla spiaggia di un lago, in periferia, ecc.) e la loro cornice diventino anche i momenti del crepuscolo o altri cambiamenti luminosi». Anche la città, un tema ricorrente nell’autore, «viene trattato con nebbiosa ambiguità o quasi con indefinitezza astratta…» Pure l’ambito della terminologia teatrale viene richiamato in Halmay perché «molte sue poesie possono essere considerate anche come una sorta di atti drammatici, dove le oggettività raffigurate acquistano una loro autosufficienza: affascinantemente illuminati e “fissati”, si manifestano in una sorta di vuoto scenico, impietosi e necessari nella loro presenza improvvisa e suggestiva.» Infine, in controtendenza con certa autocelebrazione acritica che serpeggia in ambiti poetici, conclude Hruška: «Ad un attento lettore i testi di Halmay fanno di certo venire in mente ciò che sottolineavamo all’inizio, cioè l’insoddisfazione dell’autore per (o anche davanti al) la propria opera, poiché le considerazioni sulle possibilità e le limitazioni del gesto letterario/creativo fanno parte dei temi centrali che caratterizzano fino a questo momento la produzione del poeta. Se egli guarda al processo di creazione poetica, tra l’altro, come ad una sorta di autoanestetico, qualcosa di ridicola illusorietà (“Scriver versi… / Che decadenza! / Amare l’impronta del tempo / nel proprio cervello…”), non possiamo però considerarla come una facile scusa o uno sforzo metatestuale di “coprirsi le spalle” davanti a potenziali critici o interpreti. L’ethos di questa poesia è determinato anche dalla tensione tra l’essere conscio della relativa inutilità e stoltezza della creazione poetica e la coscienza di una certa impossibilità a non compiere proprio un tale gesto sciocco.
Anche per questo volume le edizioni del Foglio Clandestino partecipano alla campagna “Scrittori per le foreste” lanciata da Greenpeace. Questo libro è stampato su carta amica delle foreste Cyclus Offset prodotta dalla cartiera danese Dalum Papir a/S (carta riciclata senza cloro, contenente un’alta percentuale di fibre postconsumo) e non ha comportato il taglio di un solo albero.
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